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Settembre 23, 2010

CCC Wall Casalgrande Ceramic Cloud

 

21 Settembre 2010

Un grande sognatore obbedisce ai sogni intimi d’una sostanza magica; (…) ascolta con attenzione le confidenze mormorate dalla materia

(Gaston Bachelard, Il diritto di sognare, Dedalo, Bari, 1975, p.51)

In coincidenza col cinquantenario di fondazione di Casalgrande Padana sarà inaugurata a breve, nel distretto ceramico di Sassuolo-Casalgrande, la prima opera italiana del maestro giapponese Kengo Kuma. Casalgrande Padana, in una visione d’impegno etico e sociale, donerà alla città un’opera di architettura il cui valore va ben oltre l’opera stessa.

L’artefatto, un vero e proprio land mark territoriale e porta del distretto ceramico, è il frutto di un accordo di programma tra Casalgrande Padana, che ha sostenuto l’onere finanziario dell’iniziativa, e l’amministrazione comunale. Per la realizzazione di quest’opera l’Azienda accoglie la proposta dal prof. Alfonso Acocella e di chi scrive già impegnati in una più ampia ricerca sui materiali ceramici affidata da Casalgrande alla Facoltà di Architettura di Ferrara e di Siracusa – che sfocia nella collaborazione operativa tra Casalgrande ed il maestro Kengo Kuma.

CCC-Wallè un’opera il cui valore non è circoscrivibile alle sue pur meritevoli qualità intrinseche, ma estendibile anche alle ricadute che essa ha avuto sul piano degli avanzamenti della ricerca, delle connessioni tra didattica del progetto e formazione professionale.

Il ricorso ad un approccio multidisciplinare e la sua verifica operativa rispetto ad un caso 'reale'  ha determinato uno spostamento dalla esclusiva soluzione dei problemi tecnico-costruttivi ad un sistema di relazioni più ampie, che investono il piano della ricerca sperimentale, i nuovi materiali e sistemi costruttivi, le innovate forme di didattica del progetto, le connessioni tra produzione e ricerca universitaria, il dialogo tra know-how aziendale e progetto. La ricerca “sulla materia” in quest’opera è stata sublimata dalla “visione” di uno dei più interessanti maestri dell’architettura contemporanea, la cui sensibilità per l’essere dei materiali e per l’ambiente ha consentito il compiersi di un prodigio: l’architettura si 'dissolve' come oggetto per 'vivere' nel dialogo empatico con l’ambiente. Nel tessere questa trama complessa di relazioni, Kengo Kuma 'costruisce' il suo personale dialogo con la ceramica a partire della tradizione giapponese: il dispositivo tecnico, le tracce impresse sulla materia dal processo di produzione, la natura intrinseca della materia, la sua natura arcaica è elevata a valore estetico.

La materia ceramica è “sostanza assoluta” e non complemento; ha una consistenza che non è solo fisica, in quanto vive nello spazio e nel tempo; possiede un pensiero, è pensante; agisce su di noi, è  la sorgente di un universo poetico di cui Kuma n’è ascolta le confidenze. L’atto dell’immaginare, la capacità di vedere oltre la materia le sue potenzialità, per Kuma non è tuttavia un’azione arbitraria, quanto un’azione strutturata che impone la conoscenza assoluta del materiale, dei processi di produzione. La profondità di pensiero presuppone la capacità di 'dominare la materia'. Ed è anche in ossequio a questo principio che si è sostenuto l’efficacia del connubio tra una grande aziende di ceramiche e Kengo Kuma.

Il materiale come generatore di forme, il geometrismo entro il naturismo, sono questi alcuni temi attraverso cui Kuma costruisce quel senso di spiazzamento, di sospensione temporale, di ambiguità percettiva, di dissolvenza della materia, che trasmette CCC_Wall.  La relazione tra soggetto e anti-oggetto 1 non è più univoca ma molteplice, Kuma 'inverte la direzione della visione', concepisce lo spazio architettonico come una macchina per 'inquadrare' porzioni di paesaggio, capovolge la nostra forma di percezione, rende manifesta quella totalità chiamata “luogo”.

La massa si dissolve, si frammenta, la materia si carica di significati che entrano nella 'costruzione delle forme'. Kuma taglia, giunta, piega, replica all’infinito un principio che diventa elemento generatore dello spazio. L’unità è generata dalla ripetizione, tra la parte e il tutto vige un legame di necessità.  L’atto costruttivo si fa narrazione, discorso che si compie per polarità, per 'coppie oppositive': luce/ombra, opaco/trasparente, massivo/leggero, continuo/discontinuo, ripetizione/variazione, alto/basso. Kuma “cancella l’architettura” come oggetto per comunicarcela come sostanza, una sostanza che tuttavia non riusciamo mai a possedere fino in fondo. La materia, nel mostrarsi, è essa stessa e contemporaneamente altro. In questo meccanismo di sospensione il significato dell’opera, per assonanza, per empatia, si riverbera in noi, si amplifica, espande l’ambiente che la accoglie. Il dispositivo tecnico-costruttivo è uno specchio che esalta le qualità del luogo, lo fa risuonare dentro di noi, genera risonanza.

 La ricerca di una “armonica connessione” col luogo è agita anche nel dialogo tra materia e luce, nella sua duplice connotazione di elemento naturale ed artificiale. Nel progetto di CCC_Wall la luce 'dialoga' con l’opera producendo un sistema di ombre dinamiche che amplificano i “virtuosismi costruttivi” che estremizzano la presenza del materiale ceramico. In quest’opera la ceramica raggiunge un sorprendente livello d’intensità espressiva, un risultato reso ancora più inaspettato dal ricorso ad elementi ceramici standard: lastre di gres porcellanato di 1200x600x14 mm.

L’innovazione non è nel materiale o nei suoi consolidati livelli prestazionali, ma nella 'inusuale' logica d’impiego. Kuma re-inventa il materiale, gli dona una nuova vita, lo libera dalla “schiavitù” di rivestimento superficie, di ultimo strato in forma di pelle. Le lastre di gres porcellanato, l’una mutuamente sostenuta dall’altra, si mostrano in tutta la loro essenziale bellezza.  Un ordine intellegibile, una geometria rigorosa che rende evidente il principio strutturale, che resta tuttavia inafferrabile nei suoi meccanismi intrinseci. Le parti ed il tutto dialogano in maniera serrata, hanno senso solo nella relazione reciproca. Quest’opera è stata una lunga sfida, una sfida complessa che premia gli sforzi e le molte energie profuse. Percorrere territori noti, consueti, rassicuranti, sarebbe stato comodo ma meno entusiasmante. Casalgrande ha accolto la sfida. Una sfida che ha visto l’Università assumere il ruolo di cerniera e di interprete tra progetto e produzione, libera dal retaggio di chi la vuole, pretestuosamente, rivolta solo verso ricerche autoreferenziali che raramente si confrontano con la concretezza del fare. Quest’opera è, invece, la dimostrazione vivida dell’efficacia di un ‘diverso’ modello operativo. Un modello che sul piano della didattica e della formazione ha consentito di estendere lo sguardo su una esperienza a contatto diretto con i problemi reali che la professionale pone: vincoli, budget, modalità e tempi di esecuzione dell’opera.

All’interno di questo processo riteniamo di poter rivendicare, insieme ad Alfonso Acocella e al Presidente della Casalgrande Franco Manfredini, il merito di aver intravisto le potenzialità di una convergenza tra mondi (formazione, produzione, professione) che nel dialogo si sono arricchiti reciprocamente. Casalgrande ha il merito di aver svolto un ruolo socialmente ed eticamente encomiabile: la promozione aziendale, la promozione di un prodotto di eccellenza è stata assunta anche come occasione per contribuire a migliorare la qualità di luoghi in trasformazione donando alla città un’opera contemporanea di elevato valore, offrendo anche agli studenti la possibilità di avvicinarsi al progetto e alle tecnologie dell'architettura. Casalgrande ha reso possibile un sogno a molti studenti: essere partecipi, vedere, osservare, comprendere il processo generativo dell’architettura e gli strumenti che la governano. Abbiamo agito dall’interno per procedere verso l’esterno, abbiamo ribaltato il meccanismo che sovente viene utilizzato come strumento didattico: il progetto come esperienza ex-post. Nel progressivo divenire il progetto ed il cantiere hanno fornito le occasioni di approfondimento didattico, consentendo di osservare 'il fenomeno' da tutti i punti di vista: quello del committente, del progettista, dello strutturista, e così via, fino a chiarire le ragioni di quell’equilibrato compromesso, di quell’equilibrio e convergenza di razionalità diverse sempre agenti.

Si è applicato il modello gestionale tipicamente anglossassone, nel quale la committenza non è soggetto passivo ma attore co-protagonista, adottando e facendo leva su strumenti cognitivi e gestionali complessi. Il ruolo di mediazione e di cerniera svolto dall’Università ha consentito di ordinare ed orientare il flusso degli atti e delle decisioni verso obiettivi condivisi. Obiettivi precisati in un documento di intenti, il brief più volte discusso in maniera collegiale alla presenza dello stesso Kuma. Quando ancora il progetto era in nuce ne abbiamo prefigurato le potenzialità, vagliate poi nella fase dello schematic design e soprattutto in quella di design development. Quest’ultima è stata la fase più emozionante. Fase che abbiamo dilatato temporalmente proprio per rendere possibile la sperimentazione di soluzioni innovative, respingendo la validazione di soluzioni precostituite, consolidate, ricorrenti.

Gli input di Kuma lasciavano ci facevano intravedere ad ogni nuovo incontro possibilità stimolanti. Cosa che ha richiesto, da parte del team, ascolto, interpretazione, perizia, pazienza, cura, risorse. Diversi modelli in scala 1:1 si sono succeduti in Casalgrande Padana e così anche per le soluzioni nodali, il colore degli elementi, il sistema di illuminazione, ecc. È stata questa la strada che si è scelto: da un lato sofisticatissimi sistemi di verifica strumentale che hanno visto due gruppi di professionisti, italiani e giapponesi, dialogare costantemente a distanza; dall’altro il costante prefigurare da parte degli artigiani e degli esperti aziendali di Casalgrande nella realizzazione dei prototipi. In questo processo di scambio tutti hanno fornito contributi e acquisito nuove conoscenze. Il know-how industriale è stato fatto fluire nel progetto, ha agito attivamente alimentando le scelte. La sapienza artigiana è stata sublimata. I risultati confermano la bontà dell’intuizione e la capacità operativa di alcuni settori di ricerca accademica. La differenza, poi, l’hanno fatta gli uomini con il loro carattere e le loro competenze, il loro bagaglio di esperienze che ha contribuito anche ad evitare semplificazioni che inevitabilmente tendono a manifestarsi nei momenti di difficoltà.

Dobbiamo a tutti coloro che con impegno e generosità hanno consentito di osare, di andare oltre e raggiungere questo traguardo, il dono di questo spazio di libertà.

Luigi Alini

Note
1 Quest’inversione di prospettiva è motivata dal convincimento che: «quando viene guardata dall’esterno l’architettura appare come un oggetto; la materia, separata dall’ambiente e osservata da una certa distanza, appare inevitabilmente come un oggetto (…). Quando si stabilisce un’inquadratura e si osserva una cosa, compare innegabilmente un oggetto, a prescindere da quanto sia caotica l’organizzazione o trasparente il materiale, e questo accade perché la cornice provoca una distanza tra il soggetto e l’oggetto e inoltre separa l’oggetto, selezionato e specificato dalla cornice, dal suo contesto» (Kengo Kuma, Giardinaggio, versus architettura, in Luigi Alini, Kengo Kuma. Opere e progetti, Electa, Milano, 2005).