Gianni Arnaudo: un progetto per Maina

Gianni Arnaudo: un progetto per Maina

Dopo l’impatto della meteora Pop, niente è più stato come prima. Per cercare di far comprendere a quanti non hanno vissuto da vicino le vicende di questa avanguardia e del dissacrante e innovativo impatto provocato dal movimento di architettura e design radicale, chiediamo aiuto a uno dei suoi protagonisti: Gianni Arnaudo.

“Molte sono le definizioni espresse sull’arte e sul movimento Pop. Il tratto comune, come emerge da uno dei commenti alla recente mostra dedicata a Lichtenstein dal GAM di Torino (Roy Lichtenstein opera prima, settembre – gennaio 2015), è l’intento di scegliere oggetti che la mente conosce già e lavorare su altri livelli”.

Il design radicale, sottolinea Arnaudo, aggiunge a questo metodo un significato ulteriore, che si traduce nel concetto di ‘progetto critico’ e cioè: “L’uso delle forme architettoniche e di design come strumento per far esplodere in modo figurativo e immediato le contraddizioni degli aspetti deteriori del prodotto culturale contemporaneo”.

Su questi principi si è sviluppato anche il percorso creativo e progettuale di Gianni Arnaudo, evidenziatosi sin dalle prime opere divenute celebri come “Multipli”, concepite tra l’inizio e la metà degli anni Settanta nell’ambito dello Studio 65. Oggetti, sedute e installazioni d’arte prodotti industrialmente in edizione limitata, ben presto assunti a elementi iconici, collezionati ed esposti in molti musei del mondo tra i migliori esempi del design radicale.

In questo quadro, il manifesto non solo grafico ma creativamente programmatico più prossimo ai Multipli è sicuramente la carta da lettere ideata e realizzata da Gianni Arnaudo per lo Studio 65, raffigurante i quattro soci storici e giovani creativi che, nello spirito dell’epoca, hanno animato questa esperienza, ideando gli oggetti più famosi della produzione Gufram, piccola azienda di Nole Canavese aperta e sensibile alle nuove forme creative e alla sperimentazione di materiali innovativi.

Nel 2006, la mostra Big Bang – Destruction et création dans l’art du 20e siècle, organizzata dal Centre Pompidou di Parigi, inserisce la figura di Gianni Arnaudo tra le personalità che hanno caratterizzato le svolte più significative in campo artistico nel XX Secolo. Tutto ciò in apparente contrasto con una figura che, per l’intento eversivo della sua opera, risulta fondativamente ‘antimuseale’.

“In questo senso, molte delle mie opere, anche create singolarmente dopo lo sfaldamento nel 1976 della compagine originaria dello Studio 65, hanno continuato a essere un punto di riferimento per cultori, musei e collezionisti, come espressione iconica dell’anima pop, contro miti e riti che dominano l’architettura e il design della banalità”.

Dissacrazione e ironia sono gli strumenti adottati da Arnaudo per concepire i suoi progetti. In questo senso, non si troverà mai in una sua intervista più di un accenno all’ormai comune tema della ricerca sui nuovi materiali o sulle nuove tecniche costruttive. Un atteggiamento che può apparire straniante, dato che Arnaudo è docente di Tecnologia Ambientale presso il Politecnico di Torino.

“In realtà l’importante per l’ispirazione è il messaggio dell’opera di design o di architettura e non il mezzo o il materiale per realizzarlo. Ritengo naturalmente ovvio e banale che dalla ricerca non si possa affatto prescindere, anche in collaborazione con l’industria italiana che a ciò dedica molte risorse”.

Questa è la chiave di lettura delle opere di Gianni Arnaudo, all’interno delle quali un sottile e lungo filo rosso lega il tavolo Dejeuner sur l’arbre (unico prodotto Gufram acquisito in un museo dal 1976 a oggi), ai tavolini Fizz prodotti da Slide e, facendo un salto di scala ma non di atteggiamento creativo, alle architetture della Cantina di proprietà di Tenute Sandra in Barolo (presentata alla XXIII Biennale di architettura di Venezia come singolare esempio di architettura pop) e non ultimo il progetto in corso di realizzazione per la fabbrica dei panettoni Maina, che Arnaudo stesso descrive come:

“Un grande e festoso nastro rosso che con uno sguardo zoom abbraccia il luogo della produzione di un dolce italiano leggendario”.

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